mercoledì, 28 febbraio 2007

Mio adorato Conte,

anche se avete mutato la vostra natura per me resterete sempre il più seducente degli uomini che ho conosciuto in vita mia. Purtroppo non potrò più avere modo di dimostrarvelo poiché ho intrapreso una strada di vita molto difficile e definitiva, quasi come la vostra.

Ma è meglio che vi racconti tutto dal principio. Dopo avervi scritto la mia ultima missiva ero atterrita dai passi che sentivo arrivare da fuori la mia tenda, temevo fosse mio marito. Mi sbagliavo. Un'orda di benintenzionati missionari (così si definivano) armati di tonache bianche, con strani cappelli in testa e recanti equivoche insegne nelle loro luride mani stava compiendo il più scioccante abominio sulla tribù di mio marito. Sconvolta dalle urla che sentivo provenire dalle tende vicine alla mia, non vedevo nulla ma potevo intuire quali aberrazioni stavano compiendo sui miei parenti maschi acquisiti. Tecnicamente li stavano evirando. I missionari della Clinica Tran.Si.To - in missione epurativa - stavano compiendo il loro massacro quotidiano. Distrutta dal dolore e temendo una ripercussione sui miei preziosi genitali (non si sa mai!), a corto di idee, mi improvvisai monaca e uscii dalla mia tenda apostrofandoli "servi della sacra genitalità". Funzionò benissimo. Anche troppo. Cominciarono ad adorarmi, con quelle mani ancora madide di sangue e di chissà quali orrendi umori, sporcandomi l'artigianale saio bianco che mi ero cucita addosso. Sopportai le luride effusioni mascherando il ribrezzo con una violenta possessione diabolica. Preoccupati per me (mi amavano...) mi trasportarono in lettiga alla volta di Algeri. 

Fu durante il viaggio che ricevetti la vostra epistola tramite un giovane corriere tuareg su cammello. Dopo averla letta, in preda alla disperazione, lo feci salire in lettiga dove all'ombra dei tendaggi, su cuscini profumati di sandalo, gli feci avere il suo primo amplesso. Dovete capirmi! Ero sconvolta dalla vostra lettera, sicura ormai che non vi avrei più rivisto come prima. Trovai giovamento dalla sua tenerezza fanciullesca, dalla sua fresca prepuberalità... io, donna di mondo, avevo bisogno di rinascere a nuova vita. E così è stato. Quell'incontro mi suggerì che dovevo assumere le vesti monacali consapevolmente e una volta per tutte. Feci così deviare la rotta verso Tangeri attraversando la frontiera del Marocco per poi imbarcarmi alla volta di Gibilterra ed approdare nella cattolica Spagna, dove presi i voti. Là seppi di un volo speciale per l'Egitto, che trasportava monache volenterose di cambiare sede, per rinchiudersi, in un insieme irridente di parche voglie, nel monastero di Santa Caterina. Così ho fatto e sono stata accolta affettuosamente dalle mie nuove consorelle. Ho cominciato una felice nuova vita di giardinaggio e canti pseudogregoriani dai melismi arabeggianti e per di più in greco (ma chi me l'ha fatto fare a me?). Sono in clausura e non mi è permesso guardare negli occhi nessuno, deludendo i visitatori che vengono a farci generose offerte, nella speranza di vedermi.

Ormai sono una leggenda.

Ogni tanto, dal profondo della mia cella, scruto il cielo terso del mio amato deserto e penso a voi in quel di Casablanca mentre vi godete la vita assieme alle vostre sorelle, certamente diverse dalle mie, ma sempre - sono sicura - molto apprezzate. Sarete sempre il mio amato Boris. O Barbara che siate.

Vi porgo il mio più casto saluto.

Suor Maria Ieratica

st.Catherine all

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lunedì, 19 febbraio 2007

Mia diletta e unica ragione di vita,

la mia apparente uscita di scena dalla vostra vita è una colpa troppo grande perché basti una vita per scontarla, peccato mortale che dilania la mia coscienza e vi ha consegnato - temo - ormai definitivamente nelle sozze mani di un abietto infedele. Pur non sperando neanche più lontanamente nel vostro perdono, vi chiedo nondimeno di ascoltare il lamento di un uomo travolto dal corso stesso della sua vita. Confido infatti nella vostra infinita comprensione degli istinti umani, unica mia possibilità di essere nuovamente onorato di sostenere in futuro il vostro sguardo cigliuto.

Non appena lessi la vostra missiva cominciai ad indaffararmi per sbrigare seppur frettolosamente gli affari che mi costringevano in patria (per inciso: un taglia internazionale dell'FBI del valore di 6 Mln $ pende sul mio capo di nobile stirpe per traffico e ricettazione di organi. Inutile dire che si tratta di calunnie...) , e nel giro di pochi giorni raggiunsi l'aeroporto della capitale, dove effettivamente mi avevate riservato un biglietto aperto sul volo per Algeri. "Aperto" nel senso che intesi solo quando un magazziniere connivente della Aeroflot (da voi verosimilmente corrotto: esigo sapere come, ma ho orrore di quale potrebbe essere la verità, visto il suo sorrisetto sarcastico quando mi presentai) mi costrinse a ficcarmi in un baule per trasporto animali, diretto nella stiva del velivolo. Non posso lamentarmi del comfort di viaggio, nonostante la stiva non fosse pressurizzata ed ora io possa sostenere conversazioni solo a partire da 70 Db, e nemmeno della compagnia, che a posteriori definirei variopinta, vigile e loquace, anche se a tratti malolente. Arrivati a destinazione temevo già di seguire le orme avventurose del nostro viscido amico, e di finire in qualche circo itinerante maghrebino, magari imprigionato nel ruolo degradante dello struzzo pelato. In un certo senso però andò peggio. La carovana che mi prelevò in quel di Algeri era diretta a Marrakech, dove sinceramente non sapevo che fine avrei fatto, ma qualunque cosa potesse accadere ero ancora determinato a raggiungervi nel deserto. Vi avrei trovata scovando ogni singolo granello di sabbia se fosse stato necessario, avrei ingaggiato una lotta all'ultima goccia di sudore tra me ed il Sole onnipotente per togliervi dalle grinfie dell'odioso saraceno. Ma alle porte di Casablanca una buca più profonda delle precedenti su quelle cazzo di strade marocchine... ehm... dicevo?... ah, sì: una buca mi sbalzò fuori dal carro all'alba e mi lasciò riverso sulla gleba infuocata, privo di sensi ed in evidente stato di disidratazione (non bevevo ormai da due continenti). Fui raccolto poco prima del tramonto da un gruppo che si definì di "turisti". Erano costoro figuri stranamente agghindati, vistosi nel vestire e coperti da trucco pesante, di varia nazionalità ma uniti da qualcosa che sembrava andasse al di là delle loro barbe camuffate e del loro incedere sculettante. Uno di loro, Iole, famoso per il suo mascarpone, mi accolse sotto la sua pelosa ala protettiva e giorno dopo giorno sanò le mie ferite interiori ed esteriori (procurandomene per la verità altre che non sto a descrivervi...). Ci raccontammo le nostre esperienze per certi versi speculari, per altri affini o addirittura identiche: gli raccontai di voi, del nostro amore impossibile, del mio progetto di corsa disperata nel deserto bevendo la mia stessa pipì. Ma più andavo avanti nel racconto, più realizzavo che la mia vera vita non era con voi, ma in mezzo alla comunità dove mi trovavo, in un colorato accampamento alla periferia di Casablanca popolato da quelle che per me erano ormai le mie fate ignoranti. Grazie a loro seppi finalmente capire che lo struggimento che accompagnava il pensiero di voi era in realtà legato all'acidità di stomaco, questa piaga lacerante che mi affligge dalla nascita, e che avrei seguito Iole ovunque. Mi convinsi dunque che fosse necessario un gesto simbolico e definitivo a suggello della nascita del mio nuovo Sé.

La clinica Tran.Si.To si offrì come una scelta obbligata: molte delle "sorelle" (che senso ha a questo punto chiamarle "turisti"?) avevano già subito l'operazione, qui particolarmente veloce nei preliminari grazie alle compiacenti leggi del Regno del Marocco.

 

Dallo scorso lunedì il mio nome è Barbara.

 

Il vostro comprensibile sconcerto lascerà il posto ad un amichevole nuovo corso anche nel nostro rapporto. Ne sono certo. Finalmente la pace: nulla più ci unisce, nulla più ci divide. La vendetta non c'entra stavolta. Diciamo che l'FBI mi ha dato una ragione in più...

Ho finalmente imparato ad ascoltarmi e ad amarmi. Ora sono felice.

Tendo le mani verso il vostro viso e chino il capo tra veli fluttuanti.

 

B.

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lunedì, 12 febbraio 2007

Mio suadente Boris,

il mio snodato maggiordomo mi ha scritto di voi; so che siete tornato a casa in Grande Madre Russia. Spero che la vostra salute sia buona e che non ci sia - per il momento - alcun losco figuro voglioso di farvi le scarpe. Tragicamente non sono riuscita a congiungermi con voi come avrei tanto voluto ma sono dovuta partire improvvisamente per il deserto del Sahara, dove un ricco amenukal Tuareg (in pratica il reuccio di questa comunità) mi voleva vedere (prima vedere poi comprare) per stipulare un contratto... di matrimonio.

E' da là che vi scrivo. Sono in una calda tenda che piano piano raffredda al sopraggiungere della notte del deserto con il mio portatile, alla luce di romantiche lampade a petrolio. Che puzza. Mentre scrivo le mie mani disegnano degli arabeschi sulle pareti di questo bianco riparo. Ahimé, come mi mancate! Non posso descrivere il mio smarrimento di fronte alla vostra mancanza. E ora voi poverino sarete al freddo, coi guanti bucati in piazza Rossa ad aspettare la morte (o un po' di elemosina) o, nel peggiore dei casi, in qualche albergo dell'immensa periferia di Mosca. Magari a sollazzarvi con una riduzione su vhs con le parti dei dialoghi mandate avanti veloci di Senso '45.

Lo so che vi manco anch'io.

Mio Garko.

Ho deciso di farmi sposare da un Tuareg affascinata dalla poesia della vita nomade. Sì, poesia. Cammelli puzzoni, lana addosso con 50 gradi e clan matrilineari. Meraviglioso, quando non sei l'ultima arrivata e c'hai addosso gli sguardi della suocera, che nella nostra tenda è chiamata semplicemente "capo". Comincio a capire che è impossibile rinnegare le mie radici. Il mio portatile mi sta ricordando, vigliacco, come mi manca tutto quello che mi sono lasciata alle spalle. Suona Tchaikowskij. Il mio Lago dei cigni.

Boris, mio dolce Boris... ho sbagliato ancora una volta, questa vita non fa per me. Voi DOVETE salvarmi. Avete capito? Lasciate i vostri stupidi loschi traffici a Mosca e recatevi qui immediatamente. Vi ho già prenotato un biglietto sola andata per Algeri. Dobbiamo fuggire, torneremo nella luminosa Comunità Bononjense, dove, guidati da Grande Donja, capiremo la magia di uscire da noi stessi per diventare altri e capirci di più. Boris, aiutatemi, vedo un'ombra avvicinarsi... sarà lui? Vorrà consumare il contratto... per quanto tempo ancora dovrò fingermi malata?

Partite subito... e, per favore, non mandatemi Nathaniel; lui non deve sapere nulla - già dopo la nuotata nella Neva è diventato cardiopatico e la sofferenza per la mia situazione potrebbe essere pericolosa; e poi la sua viscida e tumida pelle seccherebbe sotto il carapace a contatto con le distese aride del Sahara. Mi serve ancora cioè (testo cancellato) gli voglio troppo bene e non mi perdonerei mai se gli succedesse qualcosa a causa mia. Per questo confido in voi. Siete forte e impavido. (...)

Toglietemi dalle mani di quest'uomo.

Addio - spero di rivedervi  prestissimo.

La vostra, disgraziata

Irina

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giovedì, 08 febbraio 2007
Mia umile padrona,

            è il vofstro umile sfervitore che vi scrive. Sfono dolente di informarvi che il conte Boris sfi trofa al momento fuori città, anzi ad essfere più precisi è addirittura fuori continente. Infatti è tornato "in sua Grande Madre Russia" per sfbrigare alcune faccende di cui non ha voluto parlare più diffufamente: temo sfia nei guai... Vi domanderete inoltre che cofa ci faccio qui nella sfua cafa di esfsfsule... bè, a dir la verità dopo che durante la rivoluzione mi abbandonasfte a Pietroburgo fuggendo con quello che sfi definiva "un divo di Hollywood", passfai qualche mese nuotando nel fiume Neva, prematuramente ghiacciato, e cercando una via d'uscita sfbucai inasfpettatamente nel Mar Baltico dove fui catturato da un pesfchereccio sfvedese e messo in vendita al mercato ittico di Goteborg come "aragosta mutante".

L'umiliazione sfi trasfsfsffsfsormò in gloria quando sfcoprirono che parlavo ed ero dotato di intelligenza sfuperiore; fui quindi assfunto in un'agenzia viaggi di periferia che organizzava gite sociali per gli iscritti al centro culturale Sankt Savatoerel. La vita era noiosa e ripetitiva, e le mie mansfioni meno gratificanti del previsfto: dopo aver persfo il ruolo di telefonisfsfsta visfti i miei leggeri difetti di pronuncia (dannato sfsfedese!) fui cosftretto ad accettare l'incarico di animatore e masfcotte per le fesfte del centro. Resisftetti fino a quando un nonno non tentò di scoprirmi i bargigli per baciarmi...

Quesfto fino a due anni fa, quando inasfpettatamente incontrai il conte Boris ad un sfpettacolo di lap dance crostacea in una cantina di Malmo. Vi sftava cercando disfperatamente in ogni angolo d'Europa, e devo ammettere che il suo intuito lo aveva portato nei posfti che più vi sfi confacevano...

Sfenza offesa, s'intende.

Mi propose di sfeguirlo nelle sue peregrinazioni: ci guadagnavamo i sfoldi necessari per il treno con ogni genere di lavoro, onesfto e non. Vi confesso che per amor vosftro Boris si è abbassato ad aberrazioni in confronto alle quali voi sfiete una Carmelitana. Sfempre sfenza offesa. Finché l'incontro con Tatjana in un coffee shop di Amsterdam non ci sfpianò la sftrada versfo di voi e la comunità di esuli russi di Bolonja.

(Il gatto down del conte sfi è appena accoccolato nel mio viscido grembo... mmf, avvicinati micio, sfento già i bargigli madidi di sfaliva!).

Ora vi prego di consfiderare l'eventualità di partire anche voi per "G.M.R.", perché grazie al mio istinto animale ho ragione di credere che Boris sfia rimasfto invisfchiato in qualche traffico poco pulito. Ed è da qualche giorno che trovo polli decapitati (e sfucculenti!) nella cassfetta della posfta, oltre che strane busftine di una polverina bianca che all'inizio fa sfternutire, e poi mi fa tornare colla mente ai miei giorni più felici, quelli della rivoluzione dei robota, in cui le mie chele erano finalmente apprezzate come aprisfcatole, ed io ero utile! Ed è tutto cofì reale... Ah, nosftaglia maledetta! 

 
Sfervo vosftro,
Nathaniel Zoidberg
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lunedì, 05 febbraio 2007
Mio dolce, fragile Boris,

vi scrivo nella penombra umida e fredda di questa umida ombrosa e fredda giornata, dal profondo del mio cuore ombroso umido e freddo.

Sapete? Il mio cuore non può che volare a voi in un'orrenda giornata come questa (che è ombrosa, umida e fredda se non l'avete ancora capito) e alla steppa che ci siamo lasciati alle spalle dopo la nostra straziante fuga verso la libertà.

Mi ritornano alla mente i più svariati ricordi della nostra felice vita precedente, quando, annunciato da un biglietto che mi recapitava il mio fedele maggiordomo-seppia ("Il fsignor Borifs per voi, madame"), entravate in casa mia e passavamo le nostre ore più felici a leggere libri di un noto autore anglofono, Flan O'Brien. Vi faceva impazzire, ricordate? Oh, come gioivo a sentrivi così caldo e vibrante al solo suono di quel nome - e per fortuna che vibravate bene anche al mio, di nome. Tatjana mi parlava tanto di voi; certo, lei era in cerca di un latifondista, e le vostre povere poesie nulla potevano contro lo spietato capitalismo... ma ella era tanto fedele a voi da sciogliermi il cuore.

Mentre io, spietata calcolatrice di facili guadagni, ero presa più dalla passione di estinguere il vostro triste portafoglio, che dal vostro corpo caldo e vibrante d'amore per me.

Fui una sciocca, solo ora comprendo... come dimenticare la musica di quel film occidentale, Lezioni di piano, mentre cercavo di farvi assaporare ogni angolo più recondito e succoso di quella terrina di mousse al cioccolato... ricordate come vi immergevo le Macine, vogliose di tuffarsi in quel mare marrone? Ero io.

Ed ora che succederà? Cosa ci riserverà la vita oltre alle dodici miniere di uranio che ho tenute nascoste per noi? Lo sapete, in fondo sono povera anch'io, ma di sentimenti... Allora mi interessavano solo le cose concrete.

I soldi.

Il successo.

Il sesso.

Quel che è peggio, mio caro Boris, è che queste cose mi interessano anche adesso.

Alla nostra prossima vita.

Irina

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