lunedì, 26 marzo 2007

[cronaca]

 

GIOVANE ESULE RUSSA SI DÀ FUOCO ALL'OPÉRA

Panico durante la Salomè

 

Ieri sera poco dopo le 22, al termine del primo atto della rappresentazione "Salomè" (vedi inserto Spettacoli), una giovane di nazionalità russa ha attentato alla propria vita dando fuoco alle proprie vesti dopo avere attraversato la platea gremita di pubblico urlando con la voce rotta dal pianto: <Voglio un latifondistaaaa!>. Secondo le prime ricostruzioni Olga Ivanovna, nobile decaduta vittima delle recenti purghe rivoluzionarie, avrebbe introdotto in teatro una bombola piena di gas propellente nascondendola sotto la pelliccia di ermellino, per poi cospargersi il vestito appartandosi in una toilette prima dell'inizio dello spettacolo. <Avevamo chiesto alla maschera il motivo di quella fastidiosissima puzza di GPL, ma ci ha assicurato che si trattava dei lubrificanti per i macchinari scenici>, ha dichiarato una spettatrice vicina di posto, <Mi sono accorta che era irrequieta e non stava ferma un attimo, poi si è alzata di scatto lasciando la borsetta sulla poltrona: non ho fatto in tempo a rincorrerla che era già una torcia umana... è stato orribile!>. La ricerca ossessiva quanto infruttuosa di un compagno di vita nobile e facoltoso sarebbe all'origine di questo tragico gesto, sostengono gli inquirenti, già in contatto con una comunità di esuli italiana in cui la sventurata aveva gli affetti più cari. La direzione del teatro si dichiara addolorata per quanto accaduto e decisa ad evitare che si ripetano in futuro simili "inconvenienti": <Quella cosacca di merda poteva fare una strage!>, avrebbe affermato stizzito il direttore artistico pochi minuti durante l'intervento dei pompieri, per poi chiudersi nel più assoluto riserbo fino al comunicato ufficiale. 

Olga è ricoverata al reparto Grandi ustionati della clinica Saint Flambé: le sue condizioni sono critiche e la prognosi è riservata. Una nuova vittima della solitudine e dell'esilio politico si impone sulla scena delle nostre coscienze di europei sazi e mondani.

 

Jacques Paracul

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mercoledì, 21 marzo 2007

Tatiana, sorella mia,

ti scrivo da Santorini, l'isola più merdosamente commerciale di questo fottuto mar Egeo. Io e Boris siamo una vera rarità, qui. Nel circondario di questo Kavalari Hotel tutto è a misura di coppia gay: mutandine commestibili per lui e per lui, accessori da bagno per lui e per lui; non c’è un reggipetto senza protesi per negozi e negozi. E qui ce ne sono solo due. Cosa ci ha spinti in questa diabetica nursery homo, ti chiederai. Ebbene, abbiamo affrontato un lunghissimo viaggio pieno di peripezie e peripericoli... (scusa) ma ti racconterò cos'è accaduto dal nostro ricongiungimento in monastero; come sai lui è venuto da me vestito da donna, cioè, da suora…

Nella mia cella profumata abbiamo passato le nostre ore più dolci. Ma le notizie, si sa, più devono restare segrete più si diffondono con precisione capillare... in convento si cominciava a mormorare di noi (nessuna si spiegava che fine avesse fatto la "pellegrina androgina che assomigliava a Lawrence d'Arabia" che tutte avevano pensato di farsi). La cosa più strana poi era che prelevavo senza pudore il doppio del cibo dal grasso self-service delle suore, nascondendomi fra le pieghe del saio unti cartocci per portarli in cella da lui, che mangiava come un'idrovora per l'esercizio fisico costante e per la paranoia della vita da recluso. Un altro tassello non combaciante nel grande puzzle del convento era che dalla mia cella si spandessero non solo rumori di ogni sorta, ma anche commercialissima musica occidentale. È evidente che i Garbage turbassero la tranquillità monacale. E tutto ciò era alquanto sospetto perché io, in piena crisi mistica, non avevo fatto altro che cantare canti gregoriani. Avrei dovuto pensarci prima, la sovrapposizione delle linee, la scoperta dell’armonia… già un Perotinus avrebbe dovuto metterle sull’avviso! Sono sicura che quelle furbastre fiutassero già il tutto come una muta di sfucculenti cani poliziotto.

Ma il vero casino successe quando Suor Peto entrò nella mia cella mentre io ero in chiesa a pregare. Boris naturalmente era lì. A fare le sue attività preferite: epilazione, maschera anti-invecchiamento, yoga (il passaggio di Iole gli aveva lasciato un segno indelebile…). Appena entrata, la Peto pensò di riconoscermi, ma non riusciva a spiegarsi giusto un paio di cambiamenti somatici sul mio corpo. Boris era vestito con una tutina aderente antiallergica da nemico dell’igiene. Fiutando il pericolo, cercò di indossare in velocità uno dei miei sai. Patetico. Non avremmo la stessa taglia nemmeno se fossi figlia di un grizzly muschiato. La poveretta credette di avere le traveggole, si fece un segno di croce e sbraitando qualcosa tipo “¡Madre de Dios, EL HOMBRE!” andò a chiamare Suor Pippa che, con il suo penetrante strabismo, non dovette aiutarla molto nel riconoscimento dello strano personaggio. Approfittando del momentaneo sperdimento delle mie consorelle Boris sgusciò fuori dalla cella (e dalla nube del pestilenziale vento di un’emozionata Suor Peto). Mi prelevò dalla chiesa. Feci il mio bagaglio in tutta fretta e scappammo alla luce rovente del sole meridiano. Una valanga di stupidi e unti turisti ci travolse durante la fuga - maledetti ingordi con le loro pizze alte tre centimetri, io li odio - ma fu allora che ebbi un'idea geniale: fregare il pulmino dell’Hotel Grand Azure a un autista addormentato sotto un masso. Il miglior modo di ripagare quei luridi turisti.

Mi misi alla guida - buona idea fregare un foglio rosa egiziano a uno studente coranico venuto a chiedere perdono presso di me… - e attraversammo il deserto del Sinai alla volta di Sharm El Sheik, dove prendemmo il primo aereo per Fiumicino. Volevamo tornare in Italia per raggiungervi.

Ma eccoci finiti a Santorini: un dirottamento da parte di un terrorista idealista egiziano, convinto che la purezza d'animo sta nelle mete sagge che noi esseri umani cerchiamo di raggiungere. Mah, a quanto ho capito in realtà questo ha il fidanzato greco.

Approdati qui (caccia via…) stiamo vivendo un tempo irreale, ed è la sola presenza di Boris che mi rassicura sul futuro, anche se pare così incerto...

Credo di amarlo. Nessuno, neanche il divo di Hollywood, mi aveva mai fatta sentire così amata, desiderata, profumata. Sono felice, ho dimenticato le noie della vita, mi sono abbandonata completamente. Lui è così premuroso, quando mi sbaciucchia mi fa sentire l'unica al mondo. E' stato tutto troppo veloce? Non lo so, ma vorrei che non ci separassimo più e ahimé invece dovremo farlo presto, perché non voglio che corra inutili pericoli a causa dei miei loschi traffici clandestini che tu conosci bene.

Partirò quanto prima per Il Cairo, presenzierò alla cerimonia di inaugurazione del nuovo museo archeologico della città al posto del Grande Frate Domenicano che tormenta i miei giorni e le mie notti - lui e le sue appiccicose etichette. Mi ha obbligata a sostituirlo, dovrò intrattenermi con le più altisonanti e prive di sense of humour personalità politiche egiziane per dare un messaggio in codice al premier libanese. Sto rischiando la vita, se in Egitto si viene a sapere di tutto questo mi abbattono. Ma credo di potermela cavare.

Lascerò a Boris uno squallido biglietto di scuse sul comodino di vimini con la morte nel cuore.

Cara Tatjana, mi auguro di rivedervi presto e stai certa che prima o poi tornerò a Bolonja, una volta risolti questi fottuti troiai.

Ora vado a fargli il bagno. Mi godo questi ultimi giorni d'amore. Ti prego, sincerati che stia bene e qualsiasi cosa succeda – qualsiasi – fammelo sapere al più presto.

ti saluto con tutto il mio affetto,

tua fedelissima

Irina

postato da: irinaeboris alle ore 13:13 | Permalink | commenti
categoria:irina a tatjana
venerdì, 09 marzo 2007

Fedele Zoidberg,

mi rammarico di avervi fatto perdere le mie tracce così a lungo lasciandovi costretto nel gravoso ruolo di custode delle mie proprietà nonché cat-sitter. Purtroppo sembrano sempre più lontani i giorni della nostra amata Bolonja, patria al di fuori della patria, anche a causa di questi odiosi agenti dell'FBI che continuo ad avere alle calcagna ovunque vada. Avete appreso dalla mia ultima, confusa telefonata, scroccata ad una miliardaria turkmena imbottita di dollari, come io abbia ingannato la dolce Irina fingendomi donna. Si trattò in realtà di colorire il mio incontro coi seguaci di Iole fino alle conseguenze più estreme: volevo veder nascere in lei una goccia di quella stessa gelosia che avvelena ogni mio respiro. Quale orrore provai invece alla notizia della sua scelta di vita monastica: avrebbe significato perderla per sempre, rinunciare non solo al suo corpo profumato ma persino al suo sguardo. Non potevo sopportarlo, io che avevo desiderato metterla alla prova con una menzogna mi pentii di fronte alla facilità con cui Irina, regina delle mistificazioni e del tradimento, era stata travolta nel suo intimo da una sola mia missiva. Ancor di più, dimostrava di aver accettato la mia "scelta" con una compostezza che lasciava trapelare un dolore insanabile, e che allo stesso tempo mi onorava di una comprensione che non pensavo di poter ricevere da essere umano. Dunque mi amava, o così credetti. Le perdonai tutto, anche l'amplesso col giovane tuareg.

Arrivai al monastero in Sinai in vesti muliebri, l'unico modo per esservi introdotto. Lungo la strada affollata di pellegrine feci la conoscenza di Suor Peto, una carmelitana nicaraguense col vizio dei ceci. Fu lei a farmi capire quanto la scelta di Irina fosse irrevocabile: il culto di Suor Maria Ieratica, la sua stessa vita come itinerario ascendente dalla dissolutezza alla santità, erano oggetto di devozione in ogni angolo della Terra. Ognuna delle supplici, pur non osando sperare di apparire al cospetto della Pia, portava ricchi doni e una vita di preghiere. Ci radunarono nel refettorio, dove ricevemmo istruzioni di vario genere (sputare i chewing-gum, spegnere i cellulari, non buttare gli assorbenti nel WC). Durante le 4 ore della messa secondo rito ortodosso presi in considerazione l'ipotesi di defilarmi in qualche modo e scappare nudo nel deserto bruciante finché il fiato me lo avesse consentito, poi intravidi la possibilità di sottrarmi agli occhi indagatori e camaleontici nel loro strabismo di Suor Pippa, una sorta di factotum responsabile delle visite. La vecchia gaudente si era assopita nei fumi dell'incenso, e così molte altre fra coloro che assiepavano le strette e buie navate romaniche. Con un balzo ferino ero già fuori nel chiostro cadente, inspiegabilmente popolato di pericolosi cani poliziotto e cartelli recanti divieto di sosta e di fermata. Mi persi nel labirinto degli antri e delle scale a chiocciola che portavano alle celle delle monache, impicciato dalla lunga tunica e dal velo muliebre prestatomi da Iole, ormai intrisi del mio sudore impaziente. L'arsura del deserto era penetrata persino in questo luogo santo, ed aumentava la mia impazienza e la foga nei miei passi. Finché, al termine di un lungo corridoio con le pareti coperte di tendaggi di organza (l'eccentricità delle abitanti di Santa Caterina è proverbiale), quando ormai la speranza mi stava abbandonando, avvertii un sospiro sconsolato provenire dall'ultima cella. Mi avvicinai e spiai attraverso la grata della porta: l'agognata sagoma emersa dalla penombra mi fece sussultare. "Irina!", chiamai. Si volse: "Voi qui!". Armeggiò incredula coi chiavistelli e finalmente aprì per sciogliersi in un abbraccio dapprima circospetto (sembrava cercasse i segni della mia presunta metamorfosi), poi finalmente rincuorata mi accolse con entusiasmo nel suo umile - eppure orgoglioso - rifugio dal mondo materiale.

Le nostre spiegazioni furono confuse e affidate in gran parte al paraverbale, ciononostante chiarissime. L'abitudine a condividere solo casti svaghi letterari e la lunga lontananza non facevano altro che incalzare la frenesia di quel momento: indoli diverse, eppure inspiegabilmente accomunate dalla medesima, congiunturale, bruciante fame d'amore. Ciò che prima avevamo solo osato sognare segretamente stava velocemente affiorando sulle trame del reale, e lo stupore che accompagnava le nostre emozioni era addirittura troppo razionale per frenarci. Ci rendevamo conto del pericolo che avremmo corso se qualcuno si fosse accorto di noi, così, mentre io mi liberavo delle vesti e rimanevo appoggiato al suo giaciglio nella mia prepotente virilità, lei con gesti puntuali si alzò, chiuse la porta, si sedette di nuovo di fianco a me. Un silenzio tiepido ma tuttavia sinistro ci avvolgeva nella cella oscura: ci avvicinammo l'uno all'altra, scivolando in preliminari che Irina riconobbe come tali, mentre io d'altro canto partecipavo famelicamente ma non sapevo che cosa sarebbe accaduto oltre. I miei movimenti erano istintuali: la fragranza terrigena dei suoi capelli, la forma affusolata delle sue dita, particolari che le pareva strano mi interessassero. Questo la eccitava perché si rendeva conto della mia inesperienza del suo corpo, e la stessa percezione di essa la appassionava; le nostre reazioni reciproche erano intuitive e spontanee; anche se l'emozione di potere finalmente cogliere il frutto del nostro casto amore cancellava qualunque mia esperienza precedente, le mie azioni erano ironicamente tali che non ci permettevamo di sollevare la domanda - è la mia prima volta? Era come se lo fosse, mai prima d'ora mi sentivo così vicino ad attraversare una soglia interiore piuttosto che fisica nel contatto con un altro essere umano. Stavo addentrandomi in uno strano campo per me, abituato ad avere sempre qualcosa 'sotto controllo', ma il mio fare empirico e le risposte nel fare l'amore erano così reali che progressivamente si andava costruendo uno scambio emozionale tra di noi. Mi ero così ritrovato in una terra inesplorata di sentimento e passione, amavo ciò che stava accadendo ma ne ero tuttavia allo stesso tempo spaventato. Ero lusingato e attratto da un qualche potere di cui non solo non ero mai stato a conoscenza, ma del quale sentivo che era profondamente rischioso partecipare. Sapevo che ciò che stavo facendo significava mettere la mia stessa esistenza in pericolo, eppure seguitavo nei miei intenti - avevo altra scelta? La potente contraddizione veniva trasmessa a Irina, e alla fine fummo consapevoli di avere intrapreso insieme un viaggio, entrambi spazzati via in un flusso di eventi creato dai nostri stessi corpi; e non ci interessava delle conseguenze.

Spenti, giacemmo in silenzio. Infine Irina disse: "E' meraviglioso fare l'amore con te: è come fare l'amore con qualcuno che non l'ha mai fatto prima". Intuii di avere a quel punto l'opportunità non solo di commentare quanto aveva appena detto e spiegarle cosa avevo provato, ma di dirle di più, persino la verità su di me. Soppesai, infine resistetti all'impulso. "Grazie", dissi accorgendomi di quanto banale potesse apparire questo commento. Fu allora che Irina sembrò come allontanarsi e disperdersi all'orizzonte come una nube estiva; stavamo stesi l'uno accanto all'altra eppure per la prima volta mi sentivo separato da lei, rendendomi conto che lei era approdata ad una terra distante. "Dove stai andando?" la interrogai. "In nessun posto..? Sono... sono qui." "Per quanto ancora?". "Spero a lungo". Una pausa si intrufolò in un dialogo che stava facendosi serrato. Poi, cercando il mio sguardo ripresi: "Anch'io". Un'altra pausa. Mi risolsi a fare i conti con la realtà: "Che cosa facciamo adesso?", ottenendo dalle sue labbra ancora avide di baci un sorriso complice e consolatorio. "Ci verrà in mente", concluse.

E giù di nuovo a chiavare.

Da allora vivo in un limbo irreale senza sapere dove mi condurrà tutto questo. Non sarà possibile a lungo nascondere la mia presenza in questo luogo sacro profanato dalla nostra passione irruenta. Temo che i nostri destini stiano per separarsi nuovamente. Eppure questo silenzio lunare non fa che spingermi verso l'illusione, e so che ad essa finirò per abbandonarmi oggi e mille volte ancora.

Vi abbraccio,

B.

postato da: irinaeboris alle ore 10:11 | Permalink | commenti (2)
categoria:boris a zoidberg
lunedì, 05 marzo 2007

irina sitoEx-prostituta d'alto bordo, esercitava il suo mestiere a San Pietroburgo coinvolgendo le più alte cariche statali russe; di una bellezza splendidamente proletaria, si innamoravano di lei soprattutto gli esponenti delle classi poco abbienti (operai, artisti, camerieri, cadetti dei Romanov diseredati...), che non si potevano di certo permettere i suoi favori.

Il suo incontro con Boris le ha cambiato la vita: nonostante l'odore dei soldi sia per lei ancora irresistibile, ha deciso di porre fine allo "squallido" universo della lussuria a pagamento ed è andata incontro al suo destino di amante riamata.

Pare che sia ricca, ma non si è ancora capito dove siano tutti questi soldi, dato che per ora ha dovuto vivere sulle spalle di altri (laidi rampolli zaristi non diseredati). Ama sentirsi desiderata da chiunque, e questo Boris, suo malgrado, lo sa bene. Detesta la violenza, i bugiardi (anche se lei un po' lo è) e il cattivo gusto. Ucciderebbe per amore. E per buon gusto.
Progetti per il futuro? "Una dacia in Crimea e dodici figli dal  mio Bori§", commenta, tra una boccata e l'altra di una sigaretta su bocchino, anche se freme di orrore nell'immaginare il suo splendido corpo rovinato dalle gravidanze. Naturalmente sa che Zoidberg come bambinaia sarebbe perfetto.

postato da: irinaeboris alle ore 10:35 | Permalink | commenti (4)
categoria:personaggi