lunedì, 09 aprile 2007

Santorini senza di te.

Mi sveglio e muoio.

 

Apro gli occhi e mi avvolge il buio: sono solo, animale inerme e stropicciato nell'infinità di un letto vuoto. Quello squallido biglietto che hai lasciato sul tavolino di vimini del nostro nido d'amore improvvisato mi ha tuffato in una disperazione irreale: sbattuta in faccia la realtà di una convivenza impossibile, perché effimera è la felicità, denso e molesto il tempo inutile della lontananza. Le lenzuola, rifugio in puro cotone egiziano, non bastano a stemperare l'angoscia di ridefinire la mia esistenza senza di te. Me ne accorgo solo ora, ma tu mi hai abbandonato molto tempo prima di oggi. Incapace di progettare il mio quotidiano e il mio destino, non so da che parte cominciare.

Forse un caffè?

Rimango a contemplare il soffitto e questi taccuini consunti dal peregrinare. Finché il corpo non chiamerà a raccolta i suoi istinti per soddisfare le sue esigenze giuro che non avrò le forze di muovere una fibra. Immobile, cerco una parvenza di morte per bilanciare questo nuovo dolore. 

 


 

Finalmente il coraggio di spargere qualche lacrima su questo maledetto addio, ed ecco sentire nascere in me l'ombra umida del risentimento. La rabbia cresce mentre ti vedo mendace in ogni momento che abbiamo condiviso. Costernato dalla tua protervia irriguardosa esplodo dalle mie stesse ceneri (ma le tue sono frammiste alle mie) e mi proietto verso il Nulla spargendo lungo il volo feroce i miei ricordi traditi.

E non mi pento di odiarti perché so che ti amerò di nuovo.

 


 

Il destino si è insinuato perfino qui, nell'estremo avamposto orientale del turismo pay-per-view. L'unico quotidiano straniero che trovo in edicola è un numero di Paris Soir di due settimane fa: apprendo incredulo la tragedia che ha travolto Olga ed in un attimo capisco dove si dirige la mia strada: verso le mie origini, il mio unico legame con l'umanità. La comunità di esuli mi chiama e io rispondo proprio quando egoisticamente ne ho più bisogno. Rotta verso nord, quindi. Capitano, spiegate le vele verso Parigi!

Pronto a raccogliere un dolore senza conforto chiamo Tatiana dal sordido telefono di un kafenìo di Thira; fruscio, una centralinista greca che insinua il suo cicaleccio nel mio cervello confuso: qualunque cosa abbia detto le rispondo "efcharistò" (è chic ma non impegna, Iole lo diceva sempre); silenzio, finalmente uno squillo, ...due ...tre ...quattro. Clic! "Sfììì???", risponde Zoidberg! Imbarazzato, perché non si aspettava che lo chiamassi, né tantomeno io credevo di trovarlo a casa di Tatiana, farfuglia qualcosa sul mio gatto ma non capisco perché le linea è disturbata, poi mi spiega che la padrona di casa è partita immediatamente per Parigi appena ha saputo della nipote chiedendogli di rispondere al telefono per lei.

Mah..., comunque sia lo ringrazio per le informazioni, e soprattutto per aver tenuto fede agli impegni presi con me, d'altra parte essendo senza fissa dimora non può che muoversi di casa in casa quando i padroni sono assenti...

 


 

Seduto a gambe incrociate sul ponte di un ex cacciatorpediniere tedesco a fumare una pipa dalle grandi volute, cerco un punto dell'orizzonte che mi dia una spiegazione per questo continuo correre... ed ecco che non all'orizzonte, bensì dal profondo di me, emerge un aforisma del pazzo Nietzsche: "La vita mi svelò il suo segreto: <Io sono ciò che deve sempre superare se stessa>".

Tutto allora acquista senso, Irina, Olga, la mia patria martoriata: sfuocato, sbiadito, sfumato, infinitesima materia tra lo zenit e il mare, il mio io va addentrandosi in una regione dell'Essere il cui scopo ultimo è racchiuso nell'essere stesso. Suoni, colori, percezioni, tutto è esaltato alla massima potenza, ed in questo continuo superamento io ed io soltanto sono senso, volontà, centro, valore.

...eppure mi avevano assicurato che fosse tabacco!

 


 

Terra!

Il porto di Marsiglia mi accoglie in maniera festosa, popolato non dalla solita feccia di scaricatori, prostitute e marinai, ma da una manifestazione di sans papier, prevalentemente maghrebini, che reclamano programmi televisivi in lingua araba... Nel comprensibile trambusto il mercantile, pur provenendo da Istanbul, non viene ispezionato nel settore passeggeri ma soltanto nella stiva, effettivamente zeppa di clandestini. Già pronto a svignarmela da un'uscita secondaria, vengo bloccato da un odioso pivellino in uniforme che mi scorta in un sordido ufficio della capitaneria di porto. Fortunatamente le autorità doganali si sono accontentate di un mio vecchio passaporto diplomatico risalente all'epoca dello zar (anche se scaduto fa sempre il suo effetto), di qualche vasetto di miele e mandorle "Made in Greece", e di qualche gratta e vinci degli Emirati Arabi Uniti (vinto a poker sulla nave da un sinistro petroliere che si faceva chiamare Goldfinger). Ma quello che pare li abbia più convinti a lasciarmi passare è stato il mandato di cattura internazionale dell'FBI che custodisco gelosamente piegato nel marsupio. L'effetto che suscita in chi lo esamina è sempre di massimo disimpegno ed è facile intravedere nelle espressioni degli interlocutori qualcosa di intermedio tra "non vedo", "non sento" e "non parlo": le tre scimmiette insomma; mi prendono evidentemente per un personaggio troppo pericoloso per essere trattenuto e a larghi gesti mi invitano a procedere. Un sorrisetto allusivo ed eccomi già su uno sfavillante TGV in fuga verso la Ville Lumière.

 


 

Arrivo alla clinica Saint Flambé di primo mattino: l'atrio è gremito di giornalisti e la mia aria uralica è troppo evidente perché io possa passare inosservato. Mi rifugio nella sala d'aspetto in attesa dell'orario di visita, e mi accorgo di essere circondato da una massa di sfaccendati che hanno chiesto un giorno di ferie per venire a curiosare qui: "Sarà orribilmente sfigurata?", "Davvero cercava un latifondista?", "E' ricca?". Il prodotto più nefasto della banlieu teledipendente mescola i suoi fiati pettegoli con me che soffro di un dolore sincero per le sorti della sventurata. Che schifo. Non faccio alcuno sforzo per trattenere un'espressione disgustata, attirando l'attenzione di un personaggio appena più distinto degli altri, il quale vedendomi scrivere in russo mi avvicina garbatamente e mi chiede se conosco Olga. Chissà perché non lo mando a quel paese e cominciamo a parlare di come sia triste la vita di un esule. Vari convenevoli, ah ma come parlate bene il francese, su e giù.

Cala il ghiaccio quando rivela la sua identità: è un talent scout alle dipendenze di un regista che ha in progetto di girare il sequel de "Il paziente inglese". Il volto probabilmente sfigurato di Olga sarebbe l'ideale per risparmiare sulle spese di trucco. Infimo canagliume! (Devo ammettere che la sua insistenza e le sue promesse economiche potrebbero forse convincermi a sottoporre la proposta a Olga: in fondo si tratta di entrare nel mondo del cinema...)

postato da: irinaeboris alle ore 21:03 | Permalink | commenti
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