Boris...
Mi trascinasti con forza sui gradini.
Dieci, venti, cinquanta gradini.
Ti seguivo fremente, sebbene fossi già in crisi respiratoria.
Non potevo immaginare dove ci avrebbe portati la passione insana che scaturiva dai nostri corpi malati.
I tuoi occhi erano inaccessibili, sembrava che non ci fossimo più parlati da una vita e che non ci conoscessimo più. Quell'ombra di sconosciuto che intravedevo in te mi innervosiva e mi eccitava.
Due, tre, quattro piani - eccoci all'ultimo piano dell'albergo, dove era stata improvvisata una discoteca anni 70 sulla moquette con palla di vetro, pantaloni a zampa, capelli alla Ringo Starr e tutto il resto.
Troppo pubblica.
Una porticina: mi ci infilasti dentro, mi seguisti. Un corridoio buio ed eccoci in un solaio, dove vedemmo enormi bauli che vomitavano tende di velluto rosso, abiti di broccato usati per chissà quali meravigliosi spettacoli... Scorgemmo uno scrigno su di una specchiera colmo di gioielli (come per un riflesso involontario ce ne riempimmo subito le mani - poi, facendo finta di niente e vergognandoci un po', posammo i malloppi e tornammo a noi). Era bigiotteria.
Infine, da quel marasma infernale spuntò un letto di ferro battuto, oramai sfondato e usurato dal tempo.
I nostri sguardi si incontrarono. Ero ancora palpitante per la corsa.
Una pioggia lasciva s'impadronì del cielo sopra di noi e cominciò a battere insistentemente.
Tic tic tic.
Ti guardai con un'espressione colpevole che evidentemente ti legittimò a gettarmi sul letto.
Una nube di polvere si spanse dal materasso.
Mi immobilizzasti le spalle e, tossendo e lacrimando, mi bendasti.
Ora non potevo far altro che immaginare i tuoi movimenti seguendo il tuo profumo...
Ero abituata a condurre io il gioco e l'improvvisa cecità mi costrinse ad ascoltarti per la prima volta.
I sensi che mi restavano erano acuiti, mi sentivo trascinare da un'onda che montava e montava e sembrava infrangersi da un momento all'altro, mentre mi lasciava ogni volta più insoddisfatta.
Mi togliesti la benda.
Lo spogliarello proprio non me l'aspettavo.
Dal corridoio arrivavano le hit dei 70 e ne eri come rapito.
Ti muovevi bene, con grazia da consumato ballerino di night club.
Mi sa che non mi hai detto qualcosa.
Ogni indumento che ti toglievi lo gettavi su di me.
Infine, sepolta sotto una coltre di abiti, sbucai dal mucchio e ti guardai.
Avevo davanti a me il più superbo esemplare di Vir Uralicus.
La musica cambiò. E ridiventasti l'amante.
"Ma non lo senti come ti amo? Non c'è niente che possa separarmi da te. Amore. Sei la mia vita. Ti amo e ti amerò per sempre."
I pensieri mi affollavano la mente, accavallandosi incuranti a Gloria Gaynor.
Il terrore di perderti s'impossessava di me. Ti strinsi più forte.
L'unione completa e armonica dei nostri corpi mi sembrava in quel momento solo un'ombra della perfezione delle nostre anime unite in chissà quale disegno celeste.
Potessi attraversare questa barriera corporea e dissolvermi dentro di te.
Forse è meglio che la smetta con gli acidi.
Spenti, giacemmo in silenzio. Anche la musica della discoteca era cessata. Per un attimo l'idea che i madidi turisti discofili avessero sentito i nostri urli ferini mi è balzata in testa e mi ha fatto sussultare d'orrore.
Ma chissenefrega!
Poi ho dormito tutta la notte, accanto a me avevo l'uomo della mia vita.
Buongiorno, Conte...
Ora vado da Olga, in clinica. Le porto un bouquet di rose rosse. Le parlerò anche dell'idea di stasera, così si distrae un po'. La piattola zarista mi ha detto che anche Katrina è arrivata a Parigi. A questo punto possiamo coinvolgere tutti... che idea fantastica!
Chiamami a pranzo in albergo.
- je te veux -
Irina







