Fedele Zoidberg,
mi rammarico di avervi fatto perdere le mie tracce così a lungo lasciandovi costretto nel gravoso ruolo di custode delle mie proprietà nonché cat-sitter. Purtroppo sembrano sempre più lontani i giorni della nostra amata Bolonja, patria al di fuori della patria, anche a causa di questi odiosi agenti dell'FBI che continuo ad avere alle calcagna ovunque vada. Avete appreso dalla mia ultima, confusa telefonata, scroccata ad una miliardaria turkmena imbottita di dollari, come io abbia ingannato
Arrivai al monastero in Sinai in vesti muliebri, l'unico modo per esservi introdotto. Lungo la strada affollata di pellegrine feci la conoscenza di Suor Peto, una carmelitana nicaraguense col vizio dei ceci. Fu lei a farmi capire quanto la scelta di Irina fosse irrevocabile: il culto di Suor Maria Ieratica, la sua stessa vita come itinerario ascendente dalla dissolutezza alla santità, erano oggetto di devozione in ogni angolo della Terra. Ognuna delle supplici, pur non osando sperare di apparire al cospetto della Pia, portava ricchi doni e una vita di preghiere. Ci radunarono nel refettorio, dove ricevemmo istruzioni di vario genere (sputare i chewing-gum, spegnere i cellulari, non buttare gli assorbenti nel WC). Durante le 4 ore della messa secondo rito ortodosso presi in considerazione l'ipotesi di defilarmi in qualche modo e scappare nudo nel deserto bruciante finché il fiato me lo avesse consentito, poi intravidi la possibilità di sottrarmi agli occhi indagatori e camaleontici nel loro strabismo di Suor Pippa, una sorta di factotum responsabile delle visite. La vecchia gaudente si era assopita nei fumi dell'incenso, e così molte altre fra coloro che assiepavano le strette e buie navate romaniche. Con un balzo ferino ero già fuori nel chiostro cadente, inspiegabilmente popolato di pericolosi cani poliziotto e cartelli recanti divieto di sosta e di fermata. Mi persi nel labirinto degli antri e delle scale a chiocciola che portavano alle celle delle monache, impicciato dalla lunga tunica e dal velo muliebre prestatomi da Iole, ormai intrisi del mio sudore impaziente. L'arsura del deserto era penetrata persino in questo luogo santo, ed aumentava la mia impazienza e la foga nei miei passi. Finché, al termine di un lungo corridoio con le pareti coperte di tendaggi di organza (l'eccentricità delle abitanti di Santa Caterina è proverbiale), quando ormai la speranza mi stava abbandonando, avvertii un sospiro sconsolato provenire dall'ultima cella. Mi avvicinai e spiai attraverso la grata della porta: l'agognata sagoma emersa dalla penombra mi fece sussultare. "Irina!", chiamai. Si volse: "Voi qui!". Armeggiò incredula coi chiavistelli e finalmente aprì per sciogliersi in un abbraccio dapprima circospetto (sembrava cercasse i segni della mia presunta metamorfosi), poi finalmente rincuorata mi accolse con entusiasmo nel suo umile - eppure orgoglioso - rifugio dal mondo materiale.
Le nostre spiegazioni furono confuse e affidate in gran parte al paraverbale, ciononostante chiarissime. L'abitudine a condividere solo casti svaghi letterari e la lunga lontananza non facevano altro che incalzare la frenesia di quel momento: indoli diverse, eppure inspiegabilmente accomunate dalla medesima, congiunturale, bruciante fame d'amore. Ciò che prima avevamo solo osato sognare segretamente stava velocemente affiorando sulle trame del reale, e lo stupore che accompagnava le nostre emozioni era addirittura troppo razionale per frenarci. Ci rendevamo conto del pericolo che avremmo corso se qualcuno si fosse accorto di noi, così, mentre io mi liberavo delle vesti e rimanevo appoggiato al suo giaciglio nella mia prepotente virilità, lei con gesti puntuali si alzò, chiuse la porta, si sedette di nuovo di fianco a me. Un silenzio tiepido ma tuttavia sinistro ci avvolgeva nella cella oscura: ci avvicinammo l'uno all'altra, scivolando in preliminari che Irina riconobbe come tali, mentre io d'altro canto partecipavo famelicamente ma non sapevo che cosa sarebbe accaduto oltre. I miei movimenti erano istintuali: la fragranza terrigena dei suoi capelli, la forma affusolata delle sue dita, particolari che le pareva strano mi interessassero. Questo la eccitava perché si rendeva conto della mia inesperienza del suo corpo, e la stessa percezione di essa la appassionava; le nostre reazioni reciproche erano intuitive e spontanee; anche se l'emozione di potere finalmente cogliere il frutto del nostro casto amore cancellava qualunque mia esperienza precedente, le mie azioni erano ironicamente tali che non ci permettevamo di sollevare la domanda - è la mia prima volta? Era come se lo fosse, mai prima d'ora mi sentivo così vicino ad attraversare una soglia interiore piuttosto che fisica nel contatto con un altro essere umano. Stavo addentrandomi in uno strano campo per me, abituato ad avere sempre qualcosa 'sotto controllo', ma il mio fare empirico e le risposte nel fare l'amore erano così reali che progressivamente si andava costruendo uno scambio emozionale tra di noi. Mi ero così ritrovato in una terra inesplorata di sentimento e passione, amavo ciò che stava accadendo ma ne ero tuttavia allo stesso tempo spaventato. Ero lusingato e attratto da un qualche potere di cui non solo non ero mai stato a conoscenza, ma del quale sentivo che era profondamente rischioso partecipare. Sapevo che ciò che stavo facendo significava mettere la mia stessa esistenza in pericolo, eppure seguitavo nei miei intenti - avevo altra scelta? La potente contraddizione veniva trasmessa a Irina, e alla fine fummo consapevoli di avere intrapreso insieme un viaggio, entrambi spazzati via in un flusso di eventi creato dai nostri stessi corpi; e non ci interessava delle conseguenze.
Spenti, giacemmo in silenzio. Infine Irina disse: "E' meraviglioso fare l'amore con te: è come fare l'amore con qualcuno che non l'ha mai fatto prima". Intuii di avere a quel punto l'opportunità non solo di commentare quanto aveva appena detto e spiegarle cosa avevo provato, ma di dirle di più, persino la verità su di me. Soppesai, infine resistetti all'impulso. "Grazie", dissi accorgendomi di quanto banale potesse apparire questo commento. Fu allora che Irina sembrò come allontanarsi e disperdersi all'orizzonte come una nube estiva; stavamo stesi l'uno accanto all'altra eppure per la prima volta mi sentivo separato da lei, rendendomi conto che lei era approdata ad una terra distante. "Dove stai andando?" la interrogai. "In nessun posto..? Sono... sono qui." "Per quanto ancora?". "Spero a lungo". Una pausa si intrufolò in un dialogo che stava facendosi serrato. Poi, cercando il mio sguardo ripresi: "Anch'io". Un'altra pausa. Mi risolsi a fare i conti con la realtà: "Che cosa facciamo adesso?", ottenendo dalle sue labbra ancora avide di baci un sorriso complice e consolatorio. "Ci verrà in mente", concluse.
E giù di nuovo a chiavare.
Da allora vivo in un limbo irreale senza sapere dove mi condurrà tutto questo. Non sarà possibile a lungo nascondere la mia presenza in questo luogo sacro profanato dalla nostra passione irruenta. Temo che i nostri destini stiano per separarsi nuovamente. Eppure questo silenzio lunare non fa che spingermi verso l'illusione, e so che ad essa finirò per abbandonarmi oggi e mille volte ancora.
Vi abbraccio,
B.







