venerdì, 13 luglio 2007

Su e giù per quei fottutissimi Champs Élysées, 15:02-17:48

Il taxi di Ahmed, solo in apparenza una carriola sfondata regno del kitsch nazionalista arabo, è in realtà dotato delle più moderne apparecchiature di navigazione e localizzazione: mentre ero alle prese col famelico vegetale l'intrepido berbero si è occupato di piazzare sotto la limousine del frocio un dispositivo "Guia". Guia? Questo nome non mi è nuovo... dev'essere la procace batterista nei Feathers Iron, ma cosa c'entra con una microspia? Uno spelling sputacchiato chiarisce l'equivoco: l'apparecchio è un G.W.I.A. (acronimo di "Guess Where I Am"), versatile oggettino in dotazione agli agenti segreti di Sua Maestà. Non oso chiedermi come sia finito nelle mani di Ahmed. Due i tasti, tre le funzioni fondamentali: la prima, Locate, permette di localizzare la fonte del segnale, con la seconda, Detonate, si innesca una carica di esplosivo al plastico, "perché non si sa mai...", provocando in terzo luogo la fine immediata della missione. Un simpatico -bip!- ci avverte costantemente della vicinanza al nostro obiettivo mobile, mentre io mi tengo timorosamente alla larga del tasto omicida fissando con sguardo supplice il navigatore satellitare. Rapidamente raggiungiamo l'inconfondibile vettura da mafioso nei pressi dell'Arc de Triomphe, dove, dopo avere stracciato una precedenza a una Multipla sovraffollata targata Avellino da cui si dipartono coloriti improperi, ci buttiamo sull'Avenue des Champs Élysées. Con la fronte ancora imperlata di sudore freddo osservo dal sedile posteriore la limousine che accosta proprio davanti alle vetrine luccicanti di Hermès, poche decine di metri avanti a noi. Non riesco a trattenere una trafila di suoni sconnessi, che evidentemente impauriscono il mio distratto autista al punto tale da fargli azionare il freno a mano (eccheccazzo), proiettare la nostra vettura in un acrobatico testacoda e porci in rotta di collisione con un pullmann stracolmo di turisti giapponesi. Un controcolpo di sterzo dell'ultimo momento evita il peggio, ma il retrotreno del taxi è ormai solo un ricordo. "Allah akbàr!" ("Allah è grande!"), sono le uniche parole di cui è capace Ahmed quando si accorge di essere ancora di questo mondo, ma le mie preoccupazioni sono altre: è stato più grave aver vanificato in un sol attimo i miei sfrozi di segretezza con l'incidente epocale o piuttosto imbatterci in questi stupidi musi gialli che hanno filmato tutta la scena e divulgheranno la mia immagine di ricercato in ogni angolo del pianeta? Fra l'altro ho sempre trovato le constatazioni amichevoli terribilmente noiose. Si impone la fuga: mi defilo dal finestrino anteriore destro, l'unica uscita disponibile nell'accartocciamento generale, senza dimenticarmi di lasciare 500 rubli nella mano sudaticcia del camitico. Irina non si è accorta di nulla, ne sono certo, specie considerando l'entità del suo attuale impegno: grattare fino al fondo il sozzo barile di Alexej. Nulla, al di fuori di un'unghia rotta, potrebbe distoglierla dai suoi intenti. Li intravedo all'interno del negozio, lei sempre più rapace e lui sempre più viscido. Qualche migliaio di franchi più tardi una piramide di pacchetti varca l'uscita trainata da suoi volenterosi scagnozzi griffati, seguita dalla trionfante Irina, avvolta in un orrendo foulard a scacchi: Piazzola o Hermès? Il dubbio sussiste. Protetto dalla barba incolta e da un caffetano color senape rubato ad Ahmed, mi avvicino ai due, e in un brandello di conversazione li apprendo in direzione Place Vendôme per un aperitivo. Non rimane che il métro per coprire il tragitto.

 

Place Vendôme, 18:30

Da una panchina scrocqueise, in prossimità dei tavolini di un pretenzioso piano bar, il notiziario di Radio France mi informa di un ingorgo di traffico che paralizza gli Champs, pare causato dai soliti sans papier rompipalle. Approfitto della lunga attesa per procedere nei miei studi poetico-antropologici. Tra gli esemplari più interessanti:

  • Uomo anziano con qualcosa di simile a una lunga supposta in bocca e baguette sotto l'ascella: procede disinvolto corrugando la fronte in un'espressione agnostica; guru di fine secolo?;
  • Grasso boss con valigetta in pelle umana (imbottita di tritolo?) incede con passo da equilibrista sul marciapiede: si ferma di fronte ad un negozio di bambole; padre o pedofilo?; incrocio esistenziale tra etica mafiosa ed etica genitoriale;
  • Giovane puledra vestita d'azzurro con rete da pesca nera per calze, mazzo di rose in mano, innumerevoli sacchetti di boutique da cui spunta tessuto inusuale (latex?); forse sadomaso in shopping;
  • Tassista impazzito per pompino da parte del passeggero semina il panico travolgendo pony-express in bici; ottima esemplificazione del dissidio "Eros e civiltà", (Herbert Marcuse).

Finalmente arrivano cinguettanti e si piazzano nel bar vicino, forse attratti dalla promessa di una happy hour dalle condizioni piuttosto vaghe. Che il sorcio abbia finito i soldi?

 

Hotel Metropole, di fronte a Suite Royale, 19:36

Si sono chiusi dentro qualche minuto fa, e già sento il mostro dagli occhi verdi graffiarmi le viscere; la gelosia oscura progressivamente le mie facoltà mentali, e come in un fotogramma mi vedo disperato sgomento digrignante pazzo. La mia mano già s'avventa feroce sulla maniglia per coglierli allacciati in uno spasimo sui preziosi tappeti persiani, quando la porta si socchiude lentamente ed appare lei...

 

M'illumino d'immenso.

postato da: irinaeboris alle ore 23:15 | Permalink | commenti
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lunedì, 14 maggio 2007

Garni Flamme de Dieux, XVIII arrondissement (zona Clinica Saint Flambé), 06:51.

Da soffiata telefonica di mio informatore crostaceo apprendo Irina in arrivo accompagnata da sordido Alexej. Miseria! Altro che missione a Il Cairo per Grande Frate, piuttosto ripugnante manovra di appropriazione di pingue conto in banca. La fredda calcolatrice non si smentisce. Ma l'idiota non sa che lei non può amare.

Non c'è tempo da perdere.

Prima di cominciare i miei appostamenti breve visita in clinica al capezzale di Olga, le cui condizioni vengono definite "gravi ma non disperate": i potenti anestetici che le somministrano contro il dolore le permettono solo rari momenti di lucidità, in cui non fa altro che mormorare "voglio un latifondista". Al momento è ancora completamente fasciata da bende, ma non c'è molto da sperare sul suo grado di riconoscibilità...

Un croissant e mi precipito da Ahmed, tassista turco noleggiato per l'intera giornata.

 

Aeroporto Paris-Orly, 11:58.

Da vetrata panoramica osservo con binocolo atterraggio del jet privato del sozzo zarista.

La meretrix generosa scende scaletta seguita a ruota da attuale odioso compratore. Indossa tailleur grigio, cappello e veletta calata sugli occhi. Breve esitazione una volta raggiunta la pista, poi il leccone la introduce in enorme limousine color argento targata Florida. I bagagli vengono caricati. La macchina si dirige poi verso l'uscita, ed io a mia volta mi affretto verso mia "limousine". Seguirò gli spostamenti dei due fino a trovare l'occasione più propizia per sorprendere soave affabulatrice e urlarle addosso il mio amore ferito.

 

Restaurant Chez Rufus le Rufien, 13:45

Ostriche!

Dunque è questa la strategia libidinosa adottata dall'odioso monarchico traditore del popolo: confondere i già troppo ricettivi sensi della mia diletta cogli effetti afrodisiaci dei mucosi bivalve! Nemmeno la mia mente elegantemente perversa sarebbe riuscita ad escogitare uno stratagemma così subdolo, forse proprio perché quello che lega Irina a me è amore... forse. Da un tavolo prossimo al loro, irriconoscibile in uno dei miei camuffamenti più riusciti (parrucca rossa, filo di perle, abito lungo), fingo di consumare un raffinato spuntino vegetariano in solitudine, ma in realtà non perdo una parola che i due si scambiano.

 

Lei ride.

Lui ammicca storcendo la bocca e umettandosi le labbra.

Lei ride sempre.

Lui allunga una mano verso la sua.

Lei lascia fare, e ride.

"E come sei bella qui, e come sei bella lì."

"E come sei ricc... gentile qui, e come sei... gentile lì."

L'ultima ostrica le sguscia in bocca con la stessa leggiadria di un petalo su un manto erboso: trattasi in realtà di mollusco marroncello dal sapore catarroso.

Lui non riesce a staccarle gli occhi da dosso, soffermandosi ora sui capelli raccolti in un impeccabile chignon, ora sulle labbra maliarde, ora sul candido décolleté...

 

QUESTO È TROPPO! Sono già pronto ad alzarmi per affrontarlo, quando con gesto remissivo lei gli comunica che deve andare ad incipriarsi il naso, intendendo verosimilmente "vomitare". Trattenendomi a stento rimango seduto, e mentre lei sfiora il mio tavolo con andatura felina in direzione cesso (ah, se sapesse che sono qui!), osservo con interesse da entomologo la fantasiosa cromaticità di cui è capace la fronte del caro Alexej. I toni del giallo rappresentano tutti gli stati d'animo che il marpione è in grado di provare: eccitazione sessuale, piaggeria, eccitazione sessuale, piaggeria...

Esaurito dopo qualche minuto l'interesse scientifico, mi alzo anch'io per raggiungere la mia Lesbia già pregustando un incontro di sfrenata passione consumato nella toilette delle signore su un porta-carta igienica, quando mi accorgo che si è in realtà fermata al telefono pubblico. Discute di qualcosa di importante, che la coinvolge sicuramente da vicino, perché la sua voce è incrinata a tratti da una nota stridula, quasi a voler esprimere stupore. "...Boris...": un tuffo al cuore! Mi sembra che pronunci il mio nome, ma è quantomeno azzardato da parte mia fare affidamento sulle mie capacità uditive a distanza, specie dopo il terribile viaggio aereo Mosca-Algeri. Ancora preda dell'illusione, sempre contemplando l'amata figura tra le foglie di un gigantesco tronchetto della felicità, entro a piedi uniti nel vaso quando improvvisamente la conversazione telefonica si conclude e lei ritorna verso il tavolo a passi spediti, ma non per questo meno ipnotizzanti. Il locale è ormai in chiusura quando colgo il momento propizio per liberarmi dalla morsa famelica di quella che si è insapettatamente rivelata pianta carnivora di dimensioni mastodontiche.

Maledizione! Me li sono lasciati sfuggire, ma ho ancora una speranza: Ahmed è appostato in doppia fila proprio di fronte al ristorante, e scommetto che lui ha ancora la situazione sotto controllo.

Coperto di fetenti succhi gastrici di origine vegetale raggiungo il fido tassista, riconoscendo la vettura dalle perline ai finestrini e Khaled a tutto volume.

postato da: irinaeboris alle ore 17:02 | Permalink | commenti
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martedì, 08 maggio 2007

Caro Diario,

sono in aereo, chiusa a chiave in cabina sul jet privato di Alexej, miracolosamente scampata alle sue risucchianti avances. Mi ha prelevata da Il Cairo, salvandomi, peraltro, dalle unte grinfie dell'ennesimo spasimante novantenne... UFFA!

Ieri sono stata all'inaugurazione del nuovo museo archeologico de Il Cairo per conto del Grande Frate, la cui spietata pinguedine non gli aveva permesso di presenziarvi. Ovviamente il premier libanese non si è visto, e le etichette con i nomi delle autorità pericolose indagate per spaccio d'organi (il libanese avrebbe dovuto girarle all'Intelligence mediorientale con l'incarico di elminare fisicamente detti soggetti) sono ancora a marcire nella mia borsetta.

Così mi sono dovuta sudare i miei sette vestitini di organza (tra l'altro carissimi, acquistati nel suk di Sharm El Sheik...) e sorbettare i capi di stato per otto ore di cocktail - e siamo in un paese musulmano, ma porc[testo cancellato]! - per l'anima della balalajka scordata. (Lo diceva sempre mia zia).

I balordi mi alitavano sul collo e concupivano il mio serico corpo profumato di ambra, sentivo i loro sudori sempre più vicini. E' mai possibile? ero l'unica lì dentro ad essere presente effettivamente per l'inaugurazione di un museo e non per abbordare.

Terminata la cerimonia sono fuggita in albergo, dove mi ha raggiunta la metallica voce di Alexej con una sconvolgente notizia - la più grave delle cose che potevano accadere - il destino si è accanito contro una giovane incolpevole, Olga, poverina... morta. Non riesco a crederci. Mi sembra di vederla ancora giocare nel mio giardino a San Pietroburgo, dove chiacchieravo assieme a Tatjana degli ultimi cadetti entrati in società. Eravamo così giovani... piccola Olga... proprio a Parigi, la città dell'amore... 

Triste il destino di noi esuli, sempre alla ricerca di una patria impossibile.

E quando veniamo colpiti siamo costretti a perire in luoghi estranei.

Speravo che questo viaggio fosse il più veloce possibile, ma all'aeroporto de Il Cairo abbiamo dovuto aspettare e aspettare ancora che si liberasse una qualche stupida pista - i soliti turisti maledetti, li fanno passare prima perché pagano bene, ma è possibile che Alexej con tutti i suoi fondi da cadetto dei Romanov non sia riuscito a corrompere nessuno?

Così, dopo una notte insonne passata a metà fra la putrida sala d'aspetto con il lombrico affamato e la cabina dell'aereo, finalmente scorgo i tetti di Parigi.

Ha cercato più volte di baciarmi davanti a un croissant caldo, continuava a gridare: - Vi amo, io vi amo da impazzire, questo sentimento, tevvibile e geloso, mi prende tutto e non mi lascia vespivave. - Più che ritrarmi non riuscivo a dargli un secco rifiuto, mi mancava il coraggio, non volevo umiliarlo... insomma, la fragranza della brioche si mescolava all'impeto verboso di quell'uomo e io non ce la facevo più, che mi lasciasse mangiare in pace! Allora ho avuto un'idea geniale: ingannarlo chiedendogli una sigaretta, come ai vecchi tempi quando lui, finito il mio orario di lavoro (a chissà quale ora della notte) mentre l'ultimo cliente se ne andava, si precipitava nel mio appartamento con il portasigarette d'argento in mano ed io, in tono terribilmente equivoco, gli dicevo: -Alexej, pa§§ami una §igaretta...-



Appena ho pronunciato queste parole si è illuminato, ha quasi pianto (pensando probabilmente di essere riuscito a fare breccia nel mio cuore) ed è corso a prendere il portasigarette. Attimi preziosi per scappare nella mia cabina e chiudermi a chiave; è da qui che ti scrivo.

Tra poco atterreremo a Parigi.

Boris, amore mio... perché l'ho lasciato solo? Sarà furente per il mio gesto? Resisterò all'impulso di stringerlo a me e soffocarlo tra le mie spire? Quando riuscirò a vederlo? Mi tormenta il ricordo delle sue labbra, delle sue morbide braccia. Del suo profumo.

La gioia di rivedere la cara Tatjana si mischia al dolore incolmabile per la perdita della povera Olga. E alla noia per questa sanguisuga.

con queste pa§§ioni che mi agitano il cuore ti lascio, mio fedele.

la tua

Irina

postato da: irinaeboris alle ore 16:05 | Permalink | commenti (1)
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lunedì, 09 aprile 2007

Santorini senza di te.

Mi sveglio e muoio.

 

Apro gli occhi e mi avvolge il buio: sono solo, animale inerme e stropicciato nell'infinità di un letto vuoto. Quello squallido biglietto che hai lasciato sul tavolino di vimini del nostro nido d'amore improvvisato mi ha tuffato in una disperazione irreale: sbattuta in faccia la realtà di una convivenza impossibile, perché effimera è la felicità, denso e molesto il tempo inutile della lontananza. Le lenzuola, rifugio in puro cotone egiziano, non bastano a stemperare l'angoscia di ridefinire la mia esistenza senza di te. Me ne accorgo solo ora, ma tu mi hai abbandonato molto tempo prima di oggi. Incapace di progettare il mio quotidiano e il mio destino, non so da che parte cominciare.

Forse un caffè?

Rimango a contemplare il soffitto e questi taccuini consunti dal peregrinare. Finché il corpo non chiamerà a raccolta i suoi istinti per soddisfare le sue esigenze giuro che non avrò le forze di muovere una fibra. Immobile, cerco una parvenza di morte per bilanciare questo nuovo dolore. 

 


 

Finalmente il coraggio di spargere qualche lacrima su questo maledetto addio, ed ecco sentire nascere in me l'ombra umida del risentimento. La rabbia cresce mentre ti vedo mendace in ogni momento che abbiamo condiviso. Costernato dalla tua protervia irriguardosa esplodo dalle mie stesse ceneri (ma le tue sono frammiste alle mie) e mi proietto verso il Nulla spargendo lungo il volo feroce i miei ricordi traditi.

E non mi pento di odiarti perché so che ti amerò di nuovo.

 


 

Il destino si è insinuato perfino qui, nell'estremo avamposto orientale del turismo pay-per-view. L'unico quotidiano straniero che trovo in edicola è un numero di Paris Soir di due settimane fa: apprendo incredulo la tragedia che ha travolto Olga ed in un attimo capisco dove si dirige la mia strada: verso le mie origini, il mio unico legame con l'umanità. La comunità di esuli mi chiama e io rispondo proprio quando egoisticamente ne ho più bisogno. Rotta verso nord, quindi. Capitano, spiegate le vele verso Parigi!

Pronto a raccogliere un dolore senza conforto chiamo Tatiana dal sordido telefono di un kafenìo di Thira; fruscio, una centralinista greca che insinua il suo cicaleccio nel mio cervello confuso: qualunque cosa abbia detto le rispondo "efcharistò" (è chic ma non impegna, Iole lo diceva sempre); silenzio, finalmente uno squillo, ...due ...tre ...quattro. Clic! "Sfììì???", risponde Zoidberg! Imbarazzato, perché non si aspettava che lo chiamassi, né tantomeno io credevo di trovarlo a casa di Tatiana, farfuglia qualcosa sul mio gatto ma non capisco perché le linea è disturbata, poi mi spiega che la padrona di casa è partita immediatamente per Parigi appena ha saputo della nipote chiedendogli di rispondere al telefono per lei.

Mah..., comunque sia lo ringrazio per le informazioni, e soprattutto per aver tenuto fede agli impegni presi con me, d'altra parte essendo senza fissa dimora non può che muoversi di casa in casa quando i padroni sono assenti...

 


 

Seduto a gambe incrociate sul ponte di un ex cacciatorpediniere tedesco a fumare una pipa dalle grandi volute, cerco un punto dell'orizzonte che mi dia una spiegazione per questo continuo correre... ed ecco che non all'orizzonte, bensì dal profondo di me, emerge un aforisma del pazzo Nietzsche: "La vita mi svelò il suo segreto: <Io sono ciò che deve sempre superare se stessa>".

Tutto allora acquista senso, Irina, Olga, la mia patria martoriata: sfuocato, sbiadito, sfumato, infinitesima materia tra lo zenit e il mare, il mio io va addentrandosi in una regione dell'Essere il cui scopo ultimo è racchiuso nell'essere stesso. Suoni, colori, percezioni, tutto è esaltato alla massima potenza, ed in questo continuo superamento io ed io soltanto sono senso, volontà, centro, valore.

...eppure mi avevano assicurato che fosse tabacco!

 


 

Terra!

Il porto di Marsiglia mi accoglie in maniera festosa, popolato non dalla solita feccia di scaricatori, prostitute e marinai, ma da una manifestazione di sans papier, prevalentemente maghrebini, che reclamano programmi televisivi in lingua araba... Nel comprensibile trambusto il mercantile, pur provenendo da Istanbul, non viene ispezionato nel settore passeggeri ma soltanto nella stiva, effettivamente zeppa di clandestini. Già pronto a svignarmela da un'uscita secondaria, vengo bloccato da un odioso pivellino in uniforme che mi scorta in un sordido ufficio della capitaneria di porto. Fortunatamente le autorità doganali si sono accontentate di un mio vecchio passaporto diplomatico risalente all'epoca dello zar (anche se scaduto fa sempre il suo effetto), di qualche vasetto di miele e mandorle "Made in Greece", e di qualche gratta e vinci degli Emirati Arabi Uniti (vinto a poker sulla nave da un sinistro petroliere che si faceva chiamare Goldfinger). Ma quello che pare li abbia più convinti a lasciarmi passare è stato il mandato di cattura internazionale dell'FBI che custodisco gelosamente piegato nel marsupio. L'effetto che suscita in chi lo esamina è sempre di massimo disimpegno ed è facile intravedere nelle espressioni degli interlocutori qualcosa di intermedio tra "non vedo", "non sento" e "non parlo": le tre scimmiette insomma; mi prendono evidentemente per un personaggio troppo pericoloso per essere trattenuto e a larghi gesti mi invitano a procedere. Un sorrisetto allusivo ed eccomi già su uno sfavillante TGV in fuga verso la Ville Lumière.

 


 

Arrivo alla clinica Saint Flambé di primo mattino: l'atrio è gremito di giornalisti e la mia aria uralica è troppo evidente perché io possa passare inosservato. Mi rifugio nella sala d'aspetto in attesa dell'orario di visita, e mi accorgo di essere circondato da una massa di sfaccendati che hanno chiesto un giorno di ferie per venire a curiosare qui: "Sarà orribilmente sfigurata?", "Davvero cercava un latifondista?", "E' ricca?". Il prodotto più nefasto della banlieu teledipendente mescola i suoi fiati pettegoli con me che soffro di un dolore sincero per le sorti della sventurata. Che schifo. Non faccio alcuno sforzo per trattenere un'espressione disgustata, attirando l'attenzione di un personaggio appena più distinto degli altri, il quale vedendomi scrivere in russo mi avvicina garbatamente e mi chiede se conosco Olga. Chissà perché non lo mando a quel paese e cominciamo a parlare di come sia triste la vita di un esule. Vari convenevoli, ah ma come parlate bene il francese, su e giù.

Cala il ghiaccio quando rivela la sua identità: è un talent scout alle dipendenze di un regista che ha in progetto di girare il sequel de "Il paziente inglese". Il volto probabilmente sfigurato di Olga sarebbe l'ideale per risparmiare sulle spese di trucco. Infimo canagliume! (Devo ammettere che la sua insistenza e le sue promesse economiche potrebbero forse convincermi a sottoporre la proposta a Olga: in fondo si tratta di entrare nel mondo del cinema...)

postato da: irinaeboris alle ore 21:03 | Permalink | commenti
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