giovedì, 07 febbraio 2008

Mio anelato Boris,

sono venuta a conoscenza da quel mostro di Alexej (che al momento intrattiene lubrichi rapporti con Olga, il pederasta) di quali orrendi crimini sei stato accusato e del motivo per il quale mesi fa fosti catturato alla "Cave". 

Non mi importa di quello che hai fatto (certo che la storia dei capezzoli potevi anche risparmiartela...) e spero che questa storia si concluda al più presto, in un modo o nell'altro.

Parigi senza di te è crudele. Talvolta mi capita di pensarti così intensamente che mi sembra di vederti davanti a me, nei caffè o per strada... quante magre figure ho fatto scambiando tanti uomini per te - l'ultima volta ho ricevuto una borsetta in testa dall'anziana donna di un giovane gigolo (o così credo) al quale sono saltata in braccio credendo che fossi tu... Ormai nei caffè chiedo il conte al posto del conto. I camerieri marpioni del "Café 2 Moulins" mi hanno capita e non mi correggono più; hanno anche smesso di provarci (la prima volta che mi hanno vista senza di te si sono dati alla pazza gioia, poi hanno capito che c'era poco da fare, un'ameba sarebbe stata più ricettiva).

I nostri amici esuli mi trattano come una vedova, viste le inclementi leggi d'oltreoceano. Evitano sempre il discorso, e in modo particolare il tuo nome, divenuto ormai un tabù. Tutti, tranne Zoidberg. Quel crostaceo ha qualcosa in mente, lo sento.

Vado a trovare Olga ogni giorno. E puntualmente, ogni santo giorno, al suo sacro capezzale c'è Alexej. Deve aver capito che con me non avrebbe avuto speranze. Olga si fa corteggiare allegramente - ma che bella fasciatura qua, ma che bella cicatrice là... e com'eri affascinante con quel burqa... e che t'importa del burrocacao, anzi, me ne metti un po' qui...? io non ne posso più, mi sento impotente. In più Tatjana è d'accordo che i due si vedano - che male c'è? è ricco, la fa ridere un po'... prendo boccate d'aria nel corridoio della clinica...

E' in una di queste "fughe di disgusto" che mi capita davanti agli occhi una piccola donna mora, capelli lunghi, faccia a punta e tette in vista... solo ora che ci penso ricordo che l'ho già vista da qualche parte... ma sì, sulla copertina di Lürica, un giornaletto di seconda scelta sul mondo dell'opera... si chiama... ecco sì Petuleta Azucar, è una celebre insegnante di canto, argentina, promotrice del metodo "Sing". Ed è qui da quattro giorni, va ininterrottamente avanti e indietro dalla camera a fianco ad Olga. Scopro che vi giace una sua giovane allieva caduta in coma in seguito a un rapporto sessuale estremo con un oboista (così almeno dicono le malelingue... nessuno è in grado di spiegare quale possa essere stato il ruolo dello strumento durante il fatto). Poverina, pare che fosse una promessa della lirica... Irène Suquette, soprano, già debuttante con il JeGheJe, un gruppo appassionato di musica pallosa, con sede al Bois de Boulogne. Ricordi? Sono quelli di cui vedevamo le loro pubblicità sui portoni delle chiese e non riuscivamo a trattenerci dal ridere e li apostrofavamo "manica di castrati"... i ricordi mi annientano.

Ho finito per parlare alla Azucar. Ha detto che mi conosceva già come allieva del Maestro Sgrattaquì, un direttore di coro italiano, e come tale dal sangue caliente, dice lei - non intendo venire a conoscenza dei laidi particolari tra i due, se mai ce ne siano - famoso in tutto il mondo per i suoi angoscianti e dissonanti brani di musica contemporanea. Il più famoso è “Scroscìo di Cessi”, che sfrutta allitterazioni sonore dell'acqua che scroscia sapientemente miscelate a pugni nello stomaco che i cantori devono darsi per esprimere al meglio la colica rappresentata nel pezzo. Alta scuola compositiva di Buchenw- cioè, Darmstadt. Dopo mille moine Petuleta mi ha chiesto di fare un'audizione presso di lei.

L'audizione:

Sinnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnnngggggggggggggg

uuuuuuuuuuuuuuaaaaaaaauuuuu

oooooooooooooeeeeeeeeeeeeeiiiiiiiiiiiiiiii

iiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiaaaaaaaaaaaaaaaaj.

Dice che sono la voce che cercava. Mi ha chiesto di seguirla a Buenos Aires, dove col metodo Sing tirerà fuori quello che non ho ancora scoperto di possedere.

Confesso che ho paura.

Pare che per Irène non ci sia più tanto da fare, e Petuleta non ha la minima intenzione di vegliarla, dice che il tempo è denaro e che quello accanto a Irène è tempo perso.

Non le ho ancora risposto. Ma ho sempre sognato di andare in Argentina a imparare il tango. Poi qui non c'è più niente che mi interessi.

Anche i nostri fratelli russi mi hanno suggerito di cambiare un po' aria, sono convinti che Petuleta mi aprirà nuove strade, e mi farà anche dimenticare il brutto vizio del mio lavoro. L'unico che si oppone è Zoidberg. Stupida seppia, di cosa ha paura? E' invidioso, lo dico io. Sarà che odia Petuleta, visto che gli ha detto che non sarà mai un cantante, con quella voce, ma soprattutto con quei bargigli... e lui se l'è presa! Sai com'è, vuole sempre fare e avere tutto... è insopportabile.

Montmartre mi uccide e i soldi scarseggiano... ho paura di scoprire come la Azucar intenda essere pagata...

Boris... dove sei? Te ne prego, se mai dovesse arrivarti questa lettera, rispondimi a questo indirizzo:

Escuela Sing-Sing

Plaza de la Muerte de la Música 12

Buenos Aires, Argentina

Il tuo ricordo mi dilania.

Irina

postato da: irinaeboris alle ore 18:02 | Permalink | commenti
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domenica, 18 novembre 2007

Boris...

 

Mi trascinasti con forza sui gradini.

Dieci, venti, cinquanta gradini.

Ti seguivo fremente, sebbene fossi già in crisi respiratoria.

 

Non potevo immaginare dove ci avrebbe portati la passione insana che scaturiva dai nostri corpi malati.

I tuoi occhi erano inaccessibili, sembrava che non ci fossimo più parlati da una vita e che non ci conoscessimo più. Quell'ombra di sconosciuto che intravedevo in te mi innervosiva e mi eccitava.

Due, tre, quattro piani - eccoci  all'ultimo piano dell'albergo, dove era stata improvvisata una discoteca anni 70 sulla moquette con palla di vetro, pantaloni a zampa, capelli alla Ringo Starr e tutto il resto.

Troppo pubblica.

Una porticina: mi ci infilasti dentro, mi seguisti. Un corridoio buio ed eccoci in un solaio, dove vedemmo enormi bauli che vomitavano tende di velluto rosso, abiti di broccato usati per chissà quali meravigliosi spettacoli... Scorgemmo uno scrigno su di una specchiera colmo di gioielli (come per un riflesso involontario ce ne riempimmo subito le mani - poi, facendo finta di niente e vergognandoci un po', posammo i malloppi e tornammo a noi). Era bigiotteria.

Infine, da quel marasma infernale spuntò un letto di ferro battuto, oramai sfondato e usurato dal tempo. 

 

I nostri sguardi si incontrarono. Ero ancora palpitante per la corsa.

Una pioggia lasciva s'impadronì del cielo sopra di noi e cominciò a battere insistentemente.

Tic tic tic.

Ti guardai con un'espressione colpevole che evidentemente ti legittimò a gettarmi sul letto.

Una nube di polvere si spanse dal materasso.

Mi immobilizzasti le spalle e, tossendo e lacrimando, mi bendasti. 

Ora non potevo far altro che immaginare i tuoi movimenti seguendo il tuo profumo...

Ero abituata a condurre io il gioco e l'improvvisa cecità mi costrinse ad ascoltarti per la prima volta.

I sensi che mi restavano erano acuiti, mi sentivo trascinare da un'onda che montava e montava e sembrava infrangersi da un momento all'altro, mentre mi lasciava ogni volta più insoddisfatta.

Mi togliesti la benda.

 

Lo spogliarello proprio non me l'aspettavo.

Dal corridoio arrivavano le hit dei 70 e ne eri come rapito.

Ti muovevi bene, con grazia da consumato ballerino di night club.

Mi sa che non mi hai detto qualcosa.

Ogni indumento che ti toglievi lo gettavi su di me. 

Infine, sepolta sotto una coltre di abiti, sbucai dal mucchio e ti guardai.

Avevo davanti a me il più superbo esemplare di Vir Uralicus.

 

La musica cambiò. E ridiventasti l'amante.

"Ma non lo senti come ti amo? Non c'è niente che possa separarmi da te. Amore. Sei la mia vita. Ti amo e ti amerò per sempre." 

I pensieri mi affollavano la mente, accavallandosi incuranti a Gloria Gaynor.

Il terrore di perderti s'impossessava di me. Ti strinsi più forte. 

L'unione completa e armonica dei nostri corpi mi sembrava in quel momento solo un'ombra della perfezione delle nostre anime unite in chissà quale disegno celeste.

Potessi attraversare questa barriera corporea e dissolvermi dentro di te.

Forse è meglio che la smetta con gli acidi.

 

Spenti, giacemmo in silenzio. Anche la musica della discoteca era cessata. Per un attimo l'idea che i madidi turisti discofili avessero sentito i nostri urli ferini mi è balzata in testa e mi ha fatto sussultare d'orrore.

Ma chissenefrega!

Poi ho dormito tutta la notte, accanto a me avevo l'uomo della mia vita.

 

Buongiorno, Conte...

 

Ora vado da Olga, in clinica. Le porto un bouquet di rose rosse. Le parlerò anche dell'idea di stasera, così si distrae un po'. La piattola zarista mi ha detto che anche Katrina è arrivata a Parigi. A questo punto possiamo coinvolgere tutti... che idea fantastica!

 

Chiamami a pranzo in albergo.

 

- je te veux -

Irina

postato da: irinaeboris alle ore 21:42 | Permalink | commenti (2)
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domenica, 01 aprile 2007
Boris, amato mio,

sono dolente di doverti lasciare proprio ora,

proprio quando abbiamo scoperto il nostro amore,

ma gravi motivi mi allontanano da te.

devo fuggire a Il Cairo per vegliare su una missione

che mi è stata assegnata dal Grande Frate, il Capo.

Purtroppo non posso dirti di che si tratta perché

metterei in pericolo la tua già fragile esistenza.

Non è un addio ma non cercarmi, lo farò io

quando le acque si saranno calmate.

Irina

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mercoledì, 28 febbraio 2007

Mio adorato Conte,

anche se avete mutato la vostra natura per me resterete sempre il più seducente degli uomini che ho conosciuto in vita mia. Purtroppo non potrò più avere modo di dimostrarvelo poiché ho intrapreso una strada di vita molto difficile e definitiva, quasi come la vostra.

Ma è meglio che vi racconti tutto dal principio. Dopo avervi scritto la mia ultima missiva ero atterrita dai passi che sentivo arrivare da fuori la mia tenda, temevo fosse mio marito. Mi sbagliavo. Un'orda di benintenzionati missionari (così si definivano) armati di tonache bianche, con strani cappelli in testa e recanti equivoche insegne nelle loro luride mani stava compiendo il più scioccante abominio sulla tribù di mio marito. Sconvolta dalle urla che sentivo provenire dalle tende vicine alla mia, non vedevo nulla ma potevo intuire quali aberrazioni stavano compiendo sui miei parenti maschi acquisiti. Tecnicamente li stavano evirando. I missionari della Clinica Tran.Si.To - in missione epurativa - stavano compiendo il loro massacro quotidiano. Distrutta dal dolore e temendo una ripercussione sui miei preziosi genitali (non si sa mai!), a corto di idee, mi improvvisai monaca e uscii dalla mia tenda apostrofandoli "servi della sacra genitalità". Funzionò benissimo. Anche troppo. Cominciarono ad adorarmi, con quelle mani ancora madide di sangue e di chissà quali orrendi umori, sporcandomi l'artigianale saio bianco che mi ero cucita addosso. Sopportai le luride effusioni mascherando il ribrezzo con una violenta possessione diabolica. Preoccupati per me (mi amavano...) mi trasportarono in lettiga alla volta di Algeri. 

Fu durante il viaggio che ricevetti la vostra epistola tramite un giovane corriere tuareg su cammello. Dopo averla letta, in preda alla disperazione, lo feci salire in lettiga dove all'ombra dei tendaggi, su cuscini profumati di sandalo, gli feci avere il suo primo amplesso. Dovete capirmi! Ero sconvolta dalla vostra lettera, sicura ormai che non vi avrei più rivisto come prima. Trovai giovamento dalla sua tenerezza fanciullesca, dalla sua fresca prepuberalità... io, donna di mondo, avevo bisogno di rinascere a nuova vita. E così è stato. Quell'incontro mi suggerì che dovevo assumere le vesti monacali consapevolmente e una volta per tutte. Feci così deviare la rotta verso Tangeri attraversando la frontiera del Marocco per poi imbarcarmi alla volta di Gibilterra ed approdare nella cattolica Spagna, dove presi i voti. Là seppi di un volo speciale per l'Egitto, che trasportava monache volenterose di cambiare sede, per rinchiudersi, in un insieme irridente di parche voglie, nel monastero di Santa Caterina. Così ho fatto e sono stata accolta affettuosamente dalle mie nuove consorelle. Ho cominciato una felice nuova vita di giardinaggio e canti pseudogregoriani dai melismi arabeggianti e per di più in greco (ma chi me l'ha fatto fare a me?). Sono in clausura e non mi è permesso guardare negli occhi nessuno, deludendo i visitatori che vengono a farci generose offerte, nella speranza di vedermi.

Ormai sono una leggenda.

Ogni tanto, dal profondo della mia cella, scruto il cielo terso del mio amato deserto e penso a voi in quel di Casablanca mentre vi godete la vita assieme alle vostre sorelle, certamente diverse dalle mie, ma sempre - sono sicura - molto apprezzate. Sarete sempre il mio amato Boris. O Barbara che siate.

Vi porgo il mio più casto saluto.

Suor Maria Ieratica

st.Catherine all

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lunedì, 12 febbraio 2007

Mio suadente Boris,

il mio snodato maggiordomo mi ha scritto di voi; so che siete tornato a casa in Grande Madre Russia. Spero che la vostra salute sia buona e che non ci sia - per il momento - alcun losco figuro voglioso di farvi le scarpe. Tragicamente non sono riuscita a congiungermi con voi come avrei tanto voluto ma sono dovuta partire improvvisamente per il deserto del Sahara, dove un ricco amenukal Tuareg (in pratica il reuccio di questa comunità) mi voleva vedere (prima vedere poi comprare) per stipulare un contratto... di matrimonio.

E' da là che vi scrivo. Sono in una calda tenda che piano piano raffredda al sopraggiungere della notte del deserto con il mio portatile, alla luce di romantiche lampade a petrolio. Che puzza. Mentre scrivo le mie mani disegnano degli arabeschi sulle pareti di questo bianco riparo. Ahimé, come mi mancate! Non posso descrivere il mio smarrimento di fronte alla vostra mancanza. E ora voi poverino sarete al freddo, coi guanti bucati in piazza Rossa ad aspettare la morte (o un po' di elemosina) o, nel peggiore dei casi, in qualche albergo dell'immensa periferia di Mosca. Magari a sollazzarvi con una riduzione su vhs con le parti dei dialoghi mandate avanti veloci di Senso '45.

Lo so che vi manco anch'io.

Mio Garko.

Ho deciso di farmi sposare da un Tuareg affascinata dalla poesia della vita nomade. Sì, poesia. Cammelli puzzoni, lana addosso con 50 gradi e clan matrilineari. Meraviglioso, quando non sei l'ultima arrivata e c'hai addosso gli sguardi della suocera, che nella nostra tenda è chiamata semplicemente "capo". Comincio a capire che è impossibile rinnegare le mie radici. Il mio portatile mi sta ricordando, vigliacco, come mi manca tutto quello che mi sono lasciata alle spalle. Suona Tchaikowskij. Il mio Lago dei cigni.

Boris, mio dolce Boris... ho sbagliato ancora una volta, questa vita non fa per me. Voi DOVETE salvarmi. Avete capito? Lasciate i vostri stupidi loschi traffici a Mosca e recatevi qui immediatamente. Vi ho già prenotato un biglietto sola andata per Algeri. Dobbiamo fuggire, torneremo nella luminosa Comunità Bononjense, dove, guidati da Grande Donja, capiremo la magia di uscire da noi stessi per diventare altri e capirci di più. Boris, aiutatemi, vedo un'ombra avvicinarsi... sarà lui? Vorrà consumare il contratto... per quanto tempo ancora dovrò fingermi malata?

Partite subito... e, per favore, non mandatemi Nathaniel; lui non deve sapere nulla - già dopo la nuotata nella Neva è diventato cardiopatico e la sofferenza per la mia situazione potrebbe essere pericolosa; e poi la sua viscida e tumida pelle seccherebbe sotto il carapace a contatto con le distese aride del Sahara. Mi serve ancora cioè (testo cancellato) gli voglio troppo bene e non mi perdonerei mai se gli succedesse qualcosa a causa mia. Per questo confido in voi. Siete forte e impavido. (...)

Toglietemi dalle mani di quest'uomo.

Addio - spero di rivedervi  prestissimo.

La vostra, disgraziata

Irina

postato da: irinaeboris alle ore 14:01 | Permalink | commenti (5)
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lunedì, 05 febbraio 2007
Mio dolce, fragile Boris,

vi scrivo nella penombra umida e fredda di questa umida ombrosa e fredda giornata, dal profondo del mio cuore ombroso umido e freddo.

Sapete? Il mio cuore non può che volare a voi in un'orrenda giornata come questa (che è ombrosa, umida e fredda se non l'avete ancora capito) e alla steppa che ci siamo lasciati alle spalle dopo la nostra straziante fuga verso la libertà.

Mi ritornano alla mente i più svariati ricordi della nostra felice vita precedente, quando, annunciato da un biglietto che mi recapitava il mio fedele maggiordomo-seppia ("Il fsignor Borifs per voi, madame"), entravate in casa mia e passavamo le nostre ore più felici a leggere libri di un noto autore anglofono, Flan O'Brien. Vi faceva impazzire, ricordate? Oh, come gioivo a sentrivi così caldo e vibrante al solo suono di quel nome - e per fortuna che vibravate bene anche al mio, di nome. Tatjana mi parlava tanto di voi; certo, lei era in cerca di un latifondista, e le vostre povere poesie nulla potevano contro lo spietato capitalismo... ma ella era tanto fedele a voi da sciogliermi il cuore.

Mentre io, spietata calcolatrice di facili guadagni, ero presa più dalla passione di estinguere il vostro triste portafoglio, che dal vostro corpo caldo e vibrante d'amore per me.

Fui una sciocca, solo ora comprendo... come dimenticare la musica di quel film occidentale, Lezioni di piano, mentre cercavo di farvi assaporare ogni angolo più recondito e succoso di quella terrina di mousse al cioccolato... ricordate come vi immergevo le Macine, vogliose di tuffarsi in quel mare marrone? Ero io.

Ed ora che succederà? Cosa ci riserverà la vita oltre alle dodici miniere di uranio che ho tenute nascoste per noi? Lo sapete, in fondo sono povera anch'io, ma di sentimenti... Allora mi interessavano solo le cose concrete.

I soldi.

Il successo.

Il sesso.

Quel che è peggio, mio caro Boris, è che queste cose mi interessano anche adesso.

Alla nostra prossima vita.

Irina

postato da: irinaeboris alle ore 20:25 | Permalink | commenti (5)
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